Già al continuo sentire pronunciare la fatidica parola, quella che mi procura l'orticaria, lo steig che tutti hanno sulla punta della lingua ma nessuno ne conosce i corretti significato e provenienza, mi ero dovuta sistemare meglio sulla sedia.
Alla vista sul foglio bianco del paragrafo denominato Tutorship, vedevo già Dante incazzato lanciarci i peggiori improperi.
Ho cercato di sorvolare su quella parola Kit in corsivo, su quel continuo riferimento al feed back, usato come abracadabra per svelare non si sa quali nascosti (ma nascosti bene) tesori, ma su quella parola lì, su quell'insulto alla lingua italiana lì, non c'è l'ho fatta: "consideriamo le 2 LOCATIONS" (con tanto di s per il plurale!!)
Vade retro satana!!!!!!!
(Locations?? o ichhel'è una fiction di Canale 5???)
Scusate, ma non si potrebbe usare l'italiano? No perchè oltretutto vi faccio notare che brochure si scrive con la U e non con la E, e comunque in italiano queste parole esistono e fanno anche un po' meno ridere.
Ce l'ho fatta gente, una vittoria totale!!! Stage è stato depennato, tutorship trasformato in tutoraggio e per LOCATIONS (orrore e sgomento) li ho lasciati a mediatare su cosa intendessero dire.....
La notizia (e già definirla tale è troppo, diciamo il pettegolezzo) è di quelle che ti segnano, che ti destabilizzano.
A dire la verità è una di quelle cose che sai, che temi, ma il fatto di non averne la "certezza" qualche barlume di speranza te la lascia.
E invece no, ieri ci hanno dovuto togliere anche questo dolce dubbio: sulla prima pagina di Repubblica.it infatti campeggiava un titolo ad effetto: Roberto Bolle, si sono gay.
NOOOO !!!!!!!!!! esclama la collega, memore di sospiri da balletto classico.
Vedendo il malcelato velo di tristezza sul suo visino, cerco di consolarla (a modo mio...):
Via ciccia, i' dubbio s'era belle avuto, no?
Perchè poi diciamocelo, a noi ìcchè ci cambia? Nulla no?
Sempre gran fico rimane ed esagerato ballerino pure.
Tanto ascolta, nè a me nè a te ci sarebbe toccato, quindi rassegnamoci. Quando torna a Firenze si va a vedello e via.
Il problema l'è un'altro, seguitemi nel ragionamento, proseguo, novello Antonio, davanti al mio senato (gineceo) di colleghe in calore: se tutti quelli discreti e bravi sono gay, ma a noi zitelle già sulla strada della stagionatura, quale speranza può rimanere?
Nessuna!!!, esclama ancora la collega avvilita.
Ma come nessuna?? si chiede l'unico maschio (attivo) dell'ufficio, sopraggiunto al richiamo dei sospiri muliebri e da me testè soprannominato Mister Banana per le continue allusioni alla sua merenda preferita. E noi icchè ci stiamo a fare? prosegue sgomento, colpito nell'orgoglio virile.
Mah, ci si stava chiedendo proprio questo, si conclude noi in coro, con la cattiveria che solo le donne sanno esternare, chiudendo la pagina internet fonte di turbamento.
Giornata della Memoria 2009
...
Dove stiamo andando?, chiese Giannina.
Andiamo a dare un’occhiata a delle tombe di più di quattro o cinquemila anni fa, rispose (il padre), col tono di chi comincia a raccontare una favola, e perciò non ha ritegno a esagerare nei numeri. Tombe etrusche
Che malinconia!, sospirò Giannina, appoggiando la nuca allo schienale.
Perché malinconia? Te lo hanno detto, a scuola, chi erano gli etruschi?
Nel libro di storia gli etruschi stanno in principio, vicino agli egizi e agli ebrei. Ma senti, papà: secondo te, erano più antichi gli etruschi o gli ebrei?
Il papà scoppiò a ridere.
Prova a chiederlo a quel signore, disse, accennando a me col pollice.
Giannina si voltò. Con la bocca nascosta dall’orlo dello schienale, mi dette una rapida occhiata, severa, piena di diffidenza. Aspettai che ripetesse la domanda. Ma niente: subito tornò a guardare dinanzi a sé.
(….)
Papà, domandò ancora Giannina, perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?
Una brigata più numerosa delle altre, che occupava buona parte della carrozzabile, e cantava in coro senza darsi pensiero di cedere il passo, aveva costretto l’automobile quasi a fermarsi. L’interpellato ingranò la seconda.
Si capisce, rispose, i morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti e di nuovo stava raccontando una favola, che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti.
Altra pausa, più lunga. Al termine della quale (…) toccò a Giannina impartire la sua lezione.
Però, adesso che dici così, proferì dolcemente, mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri.
La successiva visita alla necropoli si svolse proprio nel segno della straordinaria tenerezza di questa frase. Era stata Giannina a disporci a capire. Era lei, la più piccola, che in qualche modo ci teneva per mano.
Scendemmo giù nella tomba più importante, quella riservata alla nobile famiglia Matuta: una bassa sala sotterranea che accoglie una ventina di letti funebri disposti dentro altrettante nicchie delle pareti di tufo, e adorna fittamente di stucchi policromi raffiguranti i cari, fidati oggetti della vita di tutti i giorni, zappe, funi, accette, forbici, vanghe, coltelli, archi, frecce, perfino cani da caccia e volatili di palude. E intanto, deposta volentieri ogni residua velleità di filologico scrupolo, io venivo tentando dio figurarmi concretamente ciò che potesse significare per i tardi etruschi di Cerveteri, gli etruschi dei tempi posteriori alla conquista romana, la frequentazione assidua del loro cimitero suburbano.
Esattamente come ancor, oggi, nei paesi della provincia italiana, il cancello del camposanto p il termine obbligato di ogni passeggiata serale, venivano dal vicino abitato quasi sempre a piedi – fantasticavo – raccolti in gruppi di aprenti e consanguinei, di semplici amici, magari in brigate di giovani simili a quelle da noi incontrate testé per istrada, oppure in coppia con la persona amata e anche da soli, per poi inoltrarsi fra le tombe a cono, solide e massicce come i bunkers di cui i soldati tedeschi hanno sparso invano l’Europa durante quest’ultima guerra, tombe che certo assomigliavano, all’esterno non meno che all’interno, alle abitazioni fortilizi dei viventi. Tutto sì, stava cambiando, dovevano dirsi mentre camminavano lungo la via lastricata che attraversava da un capo all’altro il cimitero, al centro della quale le ruote ferrate dei trasporti avevano inciso a poco a poco, durante i secoli, due profondi solchi paralleli. Il mondo non era più quello d’una volta, quando l’Etruria, con la sua confederazione di libere città-stato aristocratiche, dominava quasi per intero la penisola italica. Nuove civiltà, più rozze e popolari, ma anche più forti e agguerrite, tenevano ormai il campo. Ma che cosa importava, in fondo?
Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loto possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l’eternità non doveva più sembrare un’illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliari; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell’angolo di mondo difeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici ricoperti di erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare.
Quando ripartimmo era buio.
(…)
Ma già, ancora una volta, nella quiete e nel torpore , (Giannina si era addormentata) io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello.
Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione, e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi – Contini: una tomba brutta, d’accordo (…), ma pur sempre imponente, e significativa non fosse altro che epr questo dell’importanza della famiglia.
E mi si stringeva come non mai il cuore al pensiero che in quella tomba, istituita, sembrava, per garantire il riposo perpetuo del suo primo committente – di lui, e della sua discendenza -, uno solo, fra tutti i Finzi – Contini che avevo conosciuto ed amato io, l’avesse poi ottenuto, questo riposo.
Infatti non vi è sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel ’42 di un linfogranuloma; mentre Micòl, la figlia secondogenita, e l padre professor Ermanno e la madre signora Olga, e la signora Regina, la vecchissima madre paralitica della signora Olga, deportati tutti in Germania nell’autunno del ’43, chissà se hanno trovato una sepoltura qualsiasi.
da Prologo - Il giardino dei Finzi - Contini di Giorgio Bassani
Se non lo avete letto vi consiglio di farlo. E poi si vedere il film di De Sica.
Metto questo brano perchè è importante la memoria storica, non solo su questo tema ovviamente.
Perchè l'oblio è una brutta bestia, come l'ignoranza.